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il manifesto: Fukushima, 14 anni dopo ancora non c’è un piano per i rifiuti radioattivi
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by Daniela Passeri • 25 September 2025
Quattordici anni dopo il disastro nucleare di Fukushima, i primi frammenti radioattivi sono stati prelevati da uno dei reattori danneggiati per essere analizzati: il 7 novembre del 2024 sono stati estratti 0,7 grammi, altri 0,2 grammi il 23 aprile 2025. Ciascuna operazione è durata tre settimane si è rivelata estremamente complessa e pericolosa, per quanto eseguita da un robot. Ora ci vorranno dai 12 ai 18 mesi per analizzare la composizione di quel grammo di combustibile nucleare mischiato a metalli e minerali altamente radioattivi che continua a generare calore.
QUESTA OPERAZIONE DÀ L’IDEA della complessità del compito che attende la Tokyo Electric Power Company (Tepco) incaricata di smantellare le 880 tonnellate di detriti radioattivi della centrale di Fukushima devastata dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo 2011. Secondo il report World Nuclear Industry Status Report 2025 (Wnisr), un piano su come sbarazzarsi di quel materiale ancora non c’è. Dopo aver rimosso migliaia di elementi di combustibile esaurito dalle unità che non erano attive al momento del disastro e che non hanno subito processi di fusione del reattore, Tepco dovrebbe procedere con la rimozione del materiale altamente contaminato. Su come farlo sono ancora in corso studi di valutazione: gli esperti hanno dichiarato che i lavori cominceranno attorno al 2036, con l’intento di portali a termine nel 2051, ma la tabella di marcia suscita un certo scetticismo.
PER CONTENERE L’ACQUA per il raffreddamento dei reattori – che si contamina quando viene a contatto con i detriti radioattivi e finisce nell’ambiente infiltrandosi nella base dell’impianto e mescolandosi all’acqua di falda – Tepco ha installato una diga e un muro sotterraneo di ghiaccio che lambisce le unità danneggiate della centrale. Inoltre, è stato necessario scavare dei pozzi per pompare via l’acqua e ricoprire circa un kilometro quadrato di terra con asfalto, con il risultato che ora la quantità di acqua contaminata che si genera dovrebbe essere limitata a circa 50 metri cubi al giorno. Dal 2023 Tepco ha iniziato a sversare nell’oceano l’acqua contaminata e trattata: nel 2025 ne saranno rilasciati 54.600 metri cubi. L’acqua viene trattata con il sistema Alps (Advanced Liquid Processing System) che rimuove i radionuclidi: secondo i dati diffusi dalla stessa Tepco solo il 34% dei volumi processati soddisfa gli standard di sicurezza, il resto deve essere ritrattato.
ANCHE LA DECONTAMINAZIONE DELL’AREA circostante la centrale procede a rilento: il governo giapponese dovrebbe aver completato proprio quest’estate un piano per lo stoccaggio e il riuso dei 14 milioni di metri cubi di suolo contaminato (l’equivalente di 5600 piscine olimpiche) che si trovano ammassati in strutture provvisorie. Tre quarti del suolo rimosso ha livelli di contaminazione inferiori a 8000 Becquerel per chilogrammo e viene ritenuto idoneo per l’utilizzo in varie tipologie di costruzioni, il resto dovrà essere processato per abbattere la radioattività. Un tentativo del governo di usare il suolo di Fukushima per le aiuole del Shinjuku Gyoen National Garden è stato respinto dalle proteste dei cittadini di Tokyo che tuttora temono le conseguenze del disastro nucleare.
SELVAGGINA, PESCI, FUNGHI E PIANTE dell’area di Fukushima mostrano ancora alti livelli di radioattività, così come prodotti agricoli in prefetture che distano anche 300-400 kilometri dall’impianto nucleare. Tuttavia, la maggior parte dei 55 paesi che avevano interrotto le importazioni di cibo dal Giappone negli ultimi mesi hanno revocato i divieti, compresa la Cina che aveva bloccato l’import del pescato quando nel 2023 sono iniziati i rilasci in mare di acque contaminate. Il Wnisr giudica le attuali modalità di controllo della qualità del cibo giapponese «confuse e di difficile comprensione».
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