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il manifesto: Illusione nucleare, ideologia a perdere
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by Daniela Passeri • 25 September 2025
Un’aspirazione o, se volete, un’illusione, tardiva rispetto all’urgenza della decarbonizzazione, ideologica, più onerosa del solare e dell’eolico, senza garanzie di sicurezza, legata a un vecchio paradigma che va superato. La ventesima edizione del World Nuclear Industry Status Report 2025 (Wnisr) fotografa contraddizioni e rischi mai risolti dell’energia dell’atomo mettendo in evidenza le bugie della sua narrazione salvifica. Il rapporto indipendente sullo stato dell’industria nucleare globale è stato presentato lunedì scorso a Roma da Kyoto Club con Coordinamento Free, Fondazione Heinrich-Böll, Fondazione Friedrich-Ebert, Ufficio Federale Tedesco per la sicurezza della gestione delle scorie nucleari (Base) e Mycle Schneider, autore principale e coordinatore del volume (590 pag., scaricabile on-line) a cui hanno contribuito 16 autori di 11 Stati tra docenti, analisti, consulenti in politiche energetiche, ricercatori, esperti di brevetti, ecc.
SAREBBE «INCOERENTE», secondo il Wnisr, alimentare con centrali nucleari i data centre hyperscale, dove si sviluppa intelligenza artificiale, perché gli orizzonti temporali non corrispondono: i data center hanno bisogno di energia a breve termine mentre le centrali nucleari necessitano di molti anni per essere sviluppate, pianificate e costruite, a differenza delle centrali fotovoltaiche concorrenti che possono essere configurate nell’arco di pochi mesi.
NEMMENO PER I GRANDI complessi industriali che necessitano forniture continue di elettricità, il nucleare può essere risolutivo perché i reattori stessi hanno bisogno di flessibilità e di potenti connessioni alla rete «per compensare la loro mancanza di flessibilità e possibili interruzioni»: quindi, l’energia dell’atomo non offre particolari garanzie di continuità di fornitura (firm power) rispetto ad altre fonti. Per simili motivi, secondo gli esperti del Wnisr, non regge la motivazione per la quale il nucleare sarebbe necessario come tecnologia abilitante delle fonti rinnovabili: «gli impianti nucleari non forniscono il tipo di energia dispacciabile» che serve a tenere in equilibrio la rete elettrica per gestire i picchi del solare e dell’eolico e la domanda variabile. Quanto al prezzo dell’energia, il Wnisr fa riferimento ad un documento della Banca d’Italia (L’atomo fuggente, giugno 2025) in cui si sottolinea che è improbabile che un ritorno al nucleare in Italia possa avere un impatto significativo sul prezzo finale dell’elettricità «poiché anche i reattori modulari (il nucleare cosiddetto “piccolo”, o di quarta generazione, ndr) rimangono investimenti ad alta intensità di capitale, caratterizzati da rendimenti sul lungo termine».
PERCHÉ, DUNQUE, INCAPONIRSI SUL NUCLEARE? La spiegazione va ricercata secondo il Wnisr, in motivazioni ideologiche, geopolitiche, militari. «Coloro che sono ancora legati al vecchio paradigma (nucleare), sia per interessi acquisiti, ragioni ideologiche o profonda identificazione con attività passate e strutture in declino, preferiscono adoperarsi per rinnovare le antiche glorie dell’energia nucleare piuttosto che adottare l’insolito nuovo mix di tecnologie (rinnovabili), che coinvolge tutti i livelli di stakeholder, compresi i cittadini che non si sono mai interessati all’elettricità». Se il vecchio è duro a morire, le ragioni vanno ricondotte alle sue origini duale use. L’ultra nuclearista Presidente francese Emmanuel Macron non ne ha mai fatto mistero: «Senza nucleare civile non c’è nucleare militare; senza nucleare militare non c’è nucleare civile», disse visitando il sito industriale di Framatome l’8 dicembre del 2020. Non sfugge che il 95% di tutti i progetti in costruzione (60 su 63) si trovano in Stati che posseggono armi nucleari o vengono realizzati da aziende controllate da tali Stati.
SONO 408 I REATTORI NUCLEARI ATTIVI nel mondo al 31 luglio 2025 in 31 Stati (uno in meno rispetto al 2024, dopo che Taiwan ha spento l’ultimo nel maggio scorso), oltre a 33 reattori interrotti a lungo termine, 6 dei quali in Ucraina, 19 in Giappone. Rispetto al picco del 2002, esistono 30 reattori in meno, ma con una potenza record di 369,4 GW, che hanno generato 2.677 TWh di elettricità, il 9% del mix energetico mondiale, la percentuale più bassa degli ultimi 40 anni (nel 1996 l’energia atomica rappresentava il 17,5%).
Nel Rapporto 2025 sull’industria nucleare nel mondo le contraddizioni e i rischi mai risolti dell’energia dell’atomo ele bugie della sua narrazione salvifica IL SETTORE È SEMPRE MENO RILEVANTE malgrado l’exploit della Cina che negli ultimi 20 anni circa ha collegato alla rete 59 reattori e ne ha in costruzione altri 32, solo uno fuori dai suoi confini nazionali. A dominare il mercato internazionale del nucleare però è la Russia, con 27 centrali in costruzione, 20 delle quali dislocate in sette nazioni estere. Mosca è anche uno dei principali fornitori di combustibile nucleare (che implica estrazione dell’uranio, conversione, arricchimento e fabbricazione delle barre di combustibile) per i circa 50 reattori Vver in esercizio in vari Stati, 19 dei quali in Eu. Il rapporto sottolinea i vincoli di subordinazione che si instaurano in virtù di queste forniture e definisce «un forte segnale di dipendenza» il fatto che Bruxelles non ha imposto alcuna sanzione sul nucleare alla Russia (senza trascurare che anche la Russia ha stretto non trascurabili legami con l’Occidente sul nucleare, analizzati in particolare nel Wnisr 2024).
SE IL NUCLEARE ARRETRA E PERDE IMPORTANZA, le rinnovabili continuano la loro corsa. Basti il dato della Cina, dove la crescita della capacità nucleare nel 2024 è stata di 3,5 GW, a fronte di 278 GW di fotovoltaico installati. In Europa per la prima volta nel giugno 2025 il fotovoltaico è diventato la prima fonte per la produzione di elettricità, attestandosi al 22,1% nel mix energetico. Il confronto tra i prezzi è eloquente: secondo un recente studio del Fraunhofer Istitute per la Germania, il Lcoe (costo livellato dell’energia, calcolato sull’intero ciclo di vita di un impianto) per il fotovoltaico di grande scala è di 4,5 centesimi di dollaro per kWh, per quello di scala domestica è di 6,8 centesimi, per il gas si sale a 9,6 centesimi, per il carbone a 18,8 centesimi, mentre il nucleare può variare tra i 14,8 e i 53 centesimi.
SE LE SPERANZE PER IL FUTURO DEL NUCLEARE sono riposte nello sviluppo dei piccoli reattori modulari (SMRs, Small Modular Reactors, di potenza inferiore a 300 MW), quelli che si potrebbero costruire “in serie”, succede perché, si sottolinea nel rapporto, «industria, politici, investitori, e, non per ultimi, i media, continuano a descrivere gli SMRs come una tecnologia sicura e indispensabile per risolvere l’emergenza climatica, e, più di recente, per fornire energia al proliferare di data centre e per l’intelligenza artificiale». Se questa narrazione è diventata di dominio pubblico lo dobbiamo «al continuo impegno finanziario e sostegno politico offerto alla tecnologia SMR da svariati governi, venture capitalist e dall’industria nucleare stessa».
EPPURE, NEL MONDO OCCIDENTALE, di SMRs non ne è stato costruito nessuno, sebbene se ne parli almeno dagli anni Ottanta. La sfida non è tanto tecnologica, quanto economico-finanziaria: nel nucleare “piccolo è bello” non funziona, o meglio, non rende. Il primo impianto commerciale SMRs è stato connesso alla rete in Cina nel 2023, ma si sa poco della sua operatività, del perché la sua potenza sia stata ridotta da 200 a 150 MW, se sia affidabile e redditizio. In Russia esistono due SMRs da 35 MW ciascuno installati sulla chiatta Akademik Lomonosov in un porto siberiano, mentre non è noto quanti altri piccoli reattori simili siano in costruzione: secondo l’agenzia di stampa Tass sarebbero dieci. Tra i vari progetti annunciati e approvati, uno è canadese e dovrebbe essere il primo SMRs dei paesi Occidentali, cui dovrebbe seguire l’i-SMR (dove “i” sta per innovative) della Corea del Sud di cui si attende l’approvazione del progetto nel 2028.
DURANTE LA VISITA DI TRUMP A LONDRA della settimana scorsa è stato firmato un accordo Usa-Uk per il “mini-nuke”, che proprio “mini” non è visto che Rolls Royce sta sviluppando reattori da 470 MW (57% in più di potenza rispetto allo standard di 300 MW) per i quali il governo inglese ha stanziato 3,4 miliardi di dollari, accanto ad altri 3,4 miliardi per la ricerca sulla fusione nucleare e a ben 18,8 miliardi per lo smantellamento di centrali nucleari dismesse.
IL FARDELLO CHE GLI STATI NUCLEARISTI si trascinano è pesantissimo, tra decommissioning, gestione delle scorie nucleari e di eventuali disastri, ma è un aspetto che «spesso gli Stati trascurano», secondo gli autori del Wnisr.
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